Vittoria, il presepe di Barbante tra macerie e speranza

Giulia Giudice
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VITTORIA – Non una capanna rassicurante, non un paesaggio da cartolina. Nell’ex chiesa di San Antonio Abate, inaugurato ieri a Vittoria, il presepe firmato dal professor Arturo Barbante sceglie un’altra strada: diventa un’installazione, come la definisce lo stesso autore, e porta dentro la Natività il peso del presente. Guerre, fame, morti, diritti calpestati: il racconto non gira attorno al folklore, ma si mette in ascolto delle ferite di un’epoca che sembra aver smarrito il senso della misura e della compassione.

L’apertura dell’inaugurazione è stata affidata a don Salvatore Converso, parroco della Basilica di San Giovanni Battista. Il suo intervento ha spinto lo sguardo oltre la città, verso le grandi inquietudini che attraversano le nazioni e le scelte di chi le governa. Don Converso ha richiamato l’idea di una leadership che, pur amando definirsi “grande”, rischia di allontanarsi dagli insegnamenti cristiani della convivenza pacifica, sostituendo al dialogo l’ambizione di conquista e alimentando catene di violenza e morte. Parole che hanno preparato il terreno all’opera, perché il presepe di Barbante non chiede soltanto di essere guardato: chiede di essere interpretato.

Il sindaco Francesco Aiello ha poi ricordato il legame di Vittoria con la rappresentazione della Natività, capace ogni anno di riunire comunità e sensibilità diverse. Ma, ha sottolineato, questa volta l’emozione è diversa: più aspra, più immediata. Il primo cittadino ha parlato di “contenuti” e di “messaggio”, ringraziando Barbante – amico di lunga data – per una creatività che non si limita a ripetere formule, ma prova a spostare il significato del rito verso l’attualità.

Ed è proprio su questo punto che Barbante ha spiegato la scelta di rompere con i suoi presepi precedenti. A distanza di tre anni dall’ultimo lavoro, ha detto, ha sentito la necessità di rappresentare ciò che accade “intorno a noi”, la sofferenza che scorre nelle notizie e spesso si spegne nell’indifferenza. L’invito, nelle sue parole, è a prendere coscienza e a guardare la realtà senza schermi, perché l’abitudine a voltarsi dall’altra parte è il primo passo per non capire più il dolore degli altri.

La scena costruita nell’ex chiesa è coerente con questa dichiarazione di intenti. La Natività è collocata tra rovine e macerie, dentro un edificio spezzato: un mondo ferito che non offre riparo, ma espone. In quel paesaggio di distruzione, la nascita assume un valore doppio: da un lato fragilità, dall’altro resistenza. Un segno minuscolo che però non arretra, come se la speranza fosse una scelta ostinata più che un sentimento facile.

Le figure, ritagliate e dipinte dal maestro, colpiscono per varietà e intensità. Non c’è una sola umanità, ma molte: tratti, abiti e provenienze diverse, come a dire che la scena appartiene a tutti. E dentro questa pluralità trovano spazio anche i corpi segnati: una persona in sedia a rotelle, una bambina con una protesi, due giovani abbracciati nonostante i loro governanti si facciano la guerra. Dettagli che spostano l’attenzione verso i fragili, gli esclusi, chi paga per primo i costi dei conflitti e delle ingiustizie. Tutti, però, convergono verso lo stesso punto: la Natività. Non come trionfo, ma come centro che tiene insieme le differenze e costruisce un’idea di comunità.

Il risultato è un presepe che non consola con facilità, ma che alla fine apre uno spiraglio. Proprio perché ambientato nel buio, il messaggio di speranza si fa più netto: la luce non nega le macerie, le attraversa. E in un tempo che sembra chiedere sempre di scegliere tra cinismo e rassegnazione, l’installazione di Barbante risponde con un gesto diverso: ricordare che la speranza può essere anche scomoda, ma resta necessaria.

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Originaria di Vittoria (RG), 30 anni, Giulia Giudice è tecnico di laboratorio. La scrittura è la sua grande passione, che coltiva insieme all'interesse per le produzioni agricole locali, in particolare l'olio e il vino, e all'amore per le escursioni nella natura iblea. Proprio dalla sua attenta osservazione, unita alla profonda conoscenza del territorio ragusano, trae ispirazione per raccontare le realtà produttive, le tradizioni e le storie della sua terra.
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