Tra l’ombra guerriera della Torre Cabrera e la luce abbacinante delle spiagge, indagine sull’unico comune marittimo ragusano: una città nata non per difendersi, ma per accogliere.
In una provincia, quella iblea, storicamente terrigna, introversa, legata ai feudi, ai muretti a secco e agli altipiani calcarei che chiudono la vista, Pozzallo rappresenta una splendida, necessaria anomalia. È l’unica figlia del mare in una famiglia di contadini. La sua nascita e il suo sviluppo non guardano verso l’interno, verso la sicurezza della “cava”, ma sono spalancati, quasi con incoscienza, verso l’orizzonte liquido del Mediterraneo. Pozzallo non si limita ad affacciarsi sul mare; Pozzallo è mare, ne respira l’umore, ne segue il ritmo.
La sua vocazione è quella della terrazza. Un balcone proteso verso Malta e il Nord Africa, una posizione che nei secoli è stata, alternativamente, benedizione e condanna. L’anima della città è infatti duplice, tesa in un equilibrio dinamico tra la memoria della paura e la cultura dell’accoglienza. Il simbolo imperituro di questa tensione è la maestosa Torre Cabrera, il fortilizio del XV secolo che ancora oggi domina la riva, massiccio come un pugno di pietra. Le sue mura, i cannoni, le feritoie raccontano di un tempo in cui l’orizzonte portava minacce, vele nere di pirati barbareschi pronti al saccheggio e alla razzia. La Torre è la memoria solida di una comunità che ha dovuto imparare l’arte della difesa per guadagnarsi il diritto di esistere.
Ma l’altra faccia di Pozzallo, quella che oggi brilla sotto il sole delle sue spiagge immense e sabbiose, è l’apertura incondizionata. È la città natale di Giorgio La Pira, il “Sindaco Santo”, e non è un caso della provvidenza che una figura di tale statura profetica, costruttore di ponti tra le nazioni e apostolo della pace nel Mediterraneo, abbia respirato quest’aria salmastra e “africana” fin dalla culla. Pozzallo ha nel DNA lo scambio, il commercio, l’incontro tra genti diverse. A differenza dei borghi barocchi dell’entroterra, chiusi nella loro bellezza scenografica, teatrale e un po’ narcisista, Pozzallo è ariosa, orizzontale, una città di flussi e di transiti.
Passeggiare oggi sul lungomare Pietrenere significa immergersi in una luce che ha una qualità diversa, violenta e bellissima, che sbiadisce i colori e acceca lo sguardo. Significa osservare il va e vieni delle navi dal porto commerciale e capire che qui l’economia non si fa solo con la terra, ma con le rotte. Pozzallo è la porta di casa degli Iblei, il luogo dove la provincia smette di guardarsi l’ombelico e accetta la sfida del mare aperto. Una città che non ha bisogno di barocco per incantare, perché ha scelto come unico ornamento l’infinito blu che le bagna i piedi ogni giorno.
