Viaggio nella “Biscari” dei contrasti: dove l’architettura illuminata dei Principi incontra il sudore delle serre, e il passato aristocratico cerca una nuova via nel vino e nell’olio.
C’è una nobiltà silenziosa, a tratti malinconica, quasi spettrale, che avvolge le strade del centro storico di Acate, l’antica Biscari. Chi arriva qui aspettandosi solo un anonimo centro agricolo di provincia rimane spiazzato, quasi stordito, dalla grandezza del disegno urbano, dalla razionalità geometrica delle sue piazze, dalla magnificenza del suo cuore di pietra. Tutto ruota, come in un sistema solare, attorno al Castello dei Principi di Biscari. Non è solo un maniero, è il totem identitario di un intero territorio. Le sue mura restaurate, severe ed eleganti, narrano l’epopea dei Paternò Castello, e in particolare di Ignazio, il principe archeologo e visionario che nel Settecento voleva trasformare questo feudo in un laboratorio di modernità e cultura.
Ma l’anima di Acate oggi è un chiaroscuro caravaggesco, un contrasto violento e irrisolto tra l’eleganza della storia e la durezza brutale della geografia economica. La vocazione di questo territorio è viscerale, legata alla terra in modo indissolubile e talvolta crudele. Basta uscire dal perimetro del centro abitato per capire che la vera Acate vive, pulsa e soffre nella Valle del Dirillo e nella piana dei “Macconi”. Quelle che un tempo erano dune di sabbia improduttive mosse dal vento, oggi sono un mare di plastica bianca che si stende a perdita d’occhio: le serre.
Qui l’anima aristocratica lascia il passo a quella operaia, multietnica, faticosa. Acate è terra di sudore, di mani sporche di terra, di un’agricoltura intensiva che ha portato ricchezza ma ha anche chiesto un prezzo alto in termini di fatica umana e trasformazione radicale del paesaggio. Eppure, proprio in questa terra di contrasti stridenti, sta avvenendo un piccolo miracolo: il riscatto. Tra le pieghe di un’economia difficile, emergono le eccellenze che sanno di futuro. I vigneti geometrici che disegnano le colline producono rossi corposi e Cerasuolo di Vittoria che finiscono sulle tavole stellate di tutto il mondo; gli uliveti secolari regalano un olio che ha il colore dell’oro antico e il sapore della pietra.
Acate oggi è una città in cerca di autore, che tenta una sintesi difficile tra le sue due anime. Non vuole essere solo la “fabbrica del pomodoro”, ma vuole tornare a essere Biscari, la capitale culturale di un feudo illuminato. Visitare il Convento dei Cappuccini con la sua biblioteca sacra o perdersi nelle stanze del Castello significa toccare con mano questa ambizione mai sopita. È un luogo che non si mette in posa per il turista, che mostra le sue ferite sociali e i suoi gioielli artistici con la stessa disarmante onestà. Una terra forte, aspra, ma capace di una bellezza struggente, specialmente al tramonto, quando la luce indora la pietra del castello e, per un attimo, il sudore dei campi sembra trasformarsi in rugiada preziosa.
